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| Attraverso l'Obbiettivo |
| di Guido Bissattini |
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ASIMMETRICA PERFEZIONE |
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Erano già
parecchi giorni che mi sobbarcavo i miei quattro-cinquecento metri
di dislivello quotidiano in cerca di qualche camoscio da fotografare
come si deve. Un autunno particolarmente mite, con temperature nettamente
al di sopra della media, rendeva sì il soggiorno molto gradevole,
ma gli animali si tenevano in alta quota, e data la presenza di
cibo ovunque era molto difficile identificare una zona dove trovarli.
Poi finalmente le previsioni
meteo che annunciavano un brusco calo delle temperature si erano
avverate, e all'uscita dal rifugio di buon mattino, il termometro
mi annunciava con un perentorio meno 5 che le cose erano cambiate
di colpo.
Di certo in quota nella notte si era scesi anche di molto in
più sotto lo zero, quindi era ragionevole pensare che
avrei trovato gli animali con relativa facilità. Per
questo, ho scelto un ripido sentiero che, partendo da 1700 mt.
arrivava dopo un'ora e mezza circa di cammino in un grande pratone
di erba gialla, luogo ideale per pascolare indisturbati. Ai
primi di novembre non sono molti i turisti che si spingono con
temperature sottozero all'inseguimento degli ungulati, quindi
la situazione era ideale. |
Mentre salivo faticosamente verso
la cima, un camoscio mi osservava dall'alto, con la tipica espressione
di timore misto a curiosità. Era una situazione classica,
ma non mi aspettavo più di tanto, dato che al solito
man mano che ti avvicini vedi il timore prendere il sopravvento
sulla curiosità e l'animale allontanarsi... Ma stavolta
mi stavo accostando più del solito, e ancora il camoscio
mi guardava senza mostrare particolare nervosismo. E se fosse
stata la volta buona? Anche gli animali, come gli umani, hanno
il loro carattere; ce ne sono di più socievoli, ce ne
sono di particolarmente scostanti; questo era decisamente confidente,
meritava un tentativo. Per camminare leggero, avendo ben in
mente il tipo di fotografie che intendevo fare, ero equipaggiato
con una di quelle che considero le migliori attrezzature da
caccia vagante in montagna: corpo macchina semi professionale
(una Nikon D200, per la precisione), senza portabatterie aggiuntivo
(ma una batteria di scorta in tasca, al caldo), un compatto
leggero e veloce 300/4 AF-S, un moltiplicatore da 1,4X. Avevo
rinunciato al solito Gitzo in carbonio preferendogli il sacchetto
di fagioli, dato che mi trovavo su una pietraia, dove le rocce
per un solido appoggio non mancavano. In caso di necessità
di scattare a mano libera all'improvviso, avrei sempre potuto
lasciar cadere il sacchetto ovunque a terra (col treppiedi avrei
perso una frazione di secondo in più, dovendolo "posare"
in posizione sicura) e agire al volo.
A pochi metri da dove mi trovavo, c'era un roccione al quale
avrei potuto appoggiarmi per scattare in piena sicurezza, il
problema era arrivarci senza che il camoscio decidesse che mi
ero fatto troppo ardito e si lanciasse nella fuga. Nel frattempo,
avevo preparato la macchina per lo scatto: diaframma alla massima
apertura perché volevo lo sfondo il più sfocato
possibile, moltiplicatore piazzato, sensibilità a 200
iso, miglior compromesso tra la luce disponibile e le esigenze
di tempo di otturazione di sicurezza; a occhio, sarei stato
tranquillamente sul millesimo di secondo. Uno dopo l'altro,
lentissimo, percorrevo i metri che mi separavano dalla roccia
che avevo scelto come punto di "sparo". Avrei potuto
cominciare a scattare a mano libera da più distante,
ma per ricavarne cosa? Una foto certamente affetta da micromosso?
per farmene che? Ragioniamo un attimo: un trecento moltiplicato
per 1,4 diventa un 420, che sul sensore della Nikon corrisponde
ad un 630 mm., con tutte le conseguenze del caso. Pensate davvero
che dopo la salita su un ripido sentiero, col fiatone, ci si
possa fermare di colpo, inquadrare un soggetto in alto di traverso
sopra di noi, e scattare a mano libera con un seicento (non
stabilizzato, sic!) a un millesimo e avere una foto nitida?
Fantascienza, almeno non per il concetto di nitidezza che ha
il sottoscritto, e comunque non di certo per una piena pagina
su un giornale.
Nel frattempo ce l'avevo fatta, con grande circospezione avevo
posato il mio sacchetto sulla roccia, ci avevo affondato il
tele, e potevo finalmente curare l'inquadratura: dal basso potevo
far stagliare il mammifero sullo sfondo sfocato, la luce lo
illuminava frontalmente, ecco, ora aveva girato la testa mettendo
in luce l'occhio sinistro, che colpito dal sole mostrava il
suo colore ambrato...Ecco, mi sta a malapena in diagonale nel
mirino, che luce....è perfetto....nooooo!!!!! ha un corno
spezzato! Il dito preme il pulsante di scatto, l'immagine compare
sul monitor, sembra davvero come la volevo, ma quel corno però...
Ma...aspettate un momento: ma chi l'ha detto che un corno rotto
deve rovinare tutto? non sono mica io che ho sbagliato l'inquadratura
e l'ho tagliato! Così iniziai a domandarmi come avesse
potuto procurarsi quella rottura: forse in un combattimento
con un rivale? forse per difendere il suo piccolo dall'attacco
dal cielo di un'aquila reale? o da una volpe? o magari salvandosi
in extremis dalla caduta da un dirupo che ne avrebbe causato
la morte, cavandosela solo con un pezzo di corno spezzato da
una pietra? Ecco, visto sotto questo aspetto, quel corno rotto
assumeva un significato nuovo, curioso, affascinante e misterioso,
tale da diventare, anzichè un difetto, un valore aggiunto
dell'immagine, il simbolo della lotta quotidiana che un animale
deve affrontare per vivere libero in natura. O forse era solo
una giustificazione che mi volevo dare per una foto ad un animale
menomato? No, tra le tante foto di camosci che ho in archivio,
con entrambe le corna lucide e appuntite, ho deciso di scegliere
proprio questa , e spero che , guardandola, non direte che...
"non vale un corno"!
© Guido Bissattini - 2006 |
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